I suoi paesaggi, pertanto, consistono nella trasposizione in esperienza formale e in interiore immagine della percezione e della libera e fantastica elaborazione di essa. Nascono perciò dalla natura osservata, questi paesaggi simbolo, all'occhio visionario e soggettivo, segnati d'una sospensione luminosa analogica ad un silenzio colmo di attese e di presagi, erto e incombente tra quinte piatte, dense e illuminate contro il cielo, presso gli slarghi delle strade, lungo viottoli in salita, intensificati e moltiplicati di segretissime allusività. Il valore essenziale che acquistano per l'osservatore è, per tanto, quello dello stato d'animo messo in rapporto appunto col sentimento della realtà e con la sua realizzazione in stile, secondo quell'ideale non solo estetico ma anche e soprattutto etico che Daumal descrisse come "impronta di ciò che si è in ciò che si fa".
Va anche osservato che Giovanni Profumo accoglie il paesaggio attraverso un imperativo pressoché filologico quale è stato quello della tradizione ligure definita da artisti come Rodocanachi (di cui fu allievo), Rambaldi e Saccorotti
dai quali ha mediato, almeno in origine, il sensibilismo cromatico e le sottigliezze umorali. Di fatto nei suoi paesaggi si focalizza quella inflessione visiva tutta particolare che nella rappresentazione plastica rispetta le consistenze del reale visto, pur puntando ad una sorta di astrazione fortemente interiorizzata. I modelli (le vedute) sono quasi sempre gli stessi ma le differenze sono fissate per i più intimi rapporti (e per le più intime mutazioni tonali) del colore, con una assolutezza, da quadro a quadro, che raggiunge il livello del sublime patetico. E se l'immaginazione non sopraffà la forte struttura
formale che regge l'immagine di ascendenza figurativa, è pur certo che vien naturale scoprire come l'idea architettonica cui tutto il messaggio è affidato, sia un meditato e cosciente evocare una infinità di fughe liriche e la trasposizione dei mille variati echi poetici che la memoria fa scorrere dal passato al presente.
Germano Beringheli,
1989, Galleria Il Punto
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