Marisa Vescovo
La creazione artistica ha sempre cercato di rappresentare qualcosa di irrapresentabile ai più, di fare in modo che le esperienze di confine tra caos e emozione pensabile, tra simbolico e asimbolico, si possano organizzare in qualcosa di riconoscibile. L’arte ha il pregio di farci accostare a quei prodotti “estetici” che sono una delle manifestazioni più visibili della funzione mediatrice tra la sensorialità e il pensiero.
Il suo linguaggio, che pur in molti casi si appoggia ai canoni della tradizione, ne mostra i limiti e la caducità, trovando il modo di rompere e modificare quei canoni, così da renderli idonei a contenere quanto non è stato ancora detto, e a comunicare quanto è rimasto fino ad ora confinato nel pre-verbale. Questo tipo di attenzione, esteticamente orientata, sostiene la curiosità dello spettatore, che vuole esplorare quanto vi è di più specifico e poetico nel lavoro dell’artista.
Avendo deciso di dare un contributo al catalogo di questa mostra di Giovanni Profumo, la mia scelta è caduta sui quadri del decennio ‘80/’90, quindi quello che ha preceduto la fine della sua vita, in quanto in queste ultime opere si realizza pienamente la dimensione spazio temporale dell’astrazione, mostrando come la presenza di un corpo pittorico-- che peraltro allude a paesaggi minimi, fenditure, confini, angoli, frammenti di superficie-- invece di annullare il tempo, produce una irradiazione spazio temporale infinita.
La pennellata sottile e opaca rivela il movimento del pensiero, che si trasferisce dalla mente alla mano dell’artista, che da organo senziente diviene anche pensante. Ci rivela la metamorfosi del pensiero in essere. Lo spazio tempo dell’astrazione è dunque la fenomenologia di un mutamento di colore, linee, concetti, materie , luci. Umanamente e pure matematicamente i colori sono oggettivamente e soggettivamente infiniti come i numeri, e talora ancora impronunciabili.
L’idea di velare l’immagine e il colore di Profumo si congiunge con l’esigenza di rivelare uno stato della visione come punto di arrivo dell’esperienza cromatica, della memoria della luce, di quel processo di sedimentazione della forma che si sottrae ai vincoli della realtà per fondare un nuovo mondo, quello della pittura. I profondi silenzi di queste superfici nascono dal fatto che Profumo voleva fare pittura assecondando eventi minimi che sono presagio di altri accadimenti, spazio di attesa di diverse intensità, fatti che giocano sia su automatismi mentali e snodi formali che emergono in un attimo. Immersa nell’energia del colore la visione pittorica comunica il lento passare della luce da una definizione dello spazio alla sua dissolvenza, dal registro geometrico alla vaporizzazione di ogni elemento strutturale nel valore lirico della superficie, su cui i valori spaziali sono ridotti a misure appena osservabili.
Se parliamo di energia del colore―che svaria da profondi azzurri, a gialli ocrati, a rossi antichi―si parla allora di lux e di lumen che coesistono, mentre la visione responsabile della nostra percezione del reale si condensa in un linguaggio poetico che cerca talora di dire queste istantaneità multiple. Ma la natura immateriale della luce la situa in una posizione particolare rispetto alle forme: tramite la visione essa è nello stesso tempo soggetto ed oggetto dell’indagine sulla cromia. La luce artificiale , o naturale―osservata in questi dipinti-- può essere indifferentemente quella del tramonto, di un nuovo giorno o di tutte e due insieme. Artisti come Profumo inseguono il “mistero” della luce: una luce che penetra nelle vene delle cose, si diffonde, si muove, con perlustrazioni orizzontali e verticali, essa può uscire o rientrare nelle cose, rimbalzare , oppure venire assorbita. Certo non si tratta di una luce naturalistica o tonale, ma di una ultralux che viene dalla stratosfera, calda o fredda, nascosta o svelata, melanconica o gioiosa, che si contrappone a un’epoca di perdita, di smarrimento―come affermava Hans Sedlmayr―di follia secolarizzata, come quella che stiamo vivendo da tempo, e ci avvicina al soprannaturale con la sua irriducibile alterità. Profumo sapeva che era importante,ma non facile imprigionare una cosa ultraterrena con strumenti terreni―mani e pennelli―per portarla sulla superficie dell’opera,ma riuscendo nello stesso tempo darle un ordine, una ragione, un’armonia , una sua precisa caduca bellezza.



