La via scelta da Giovanni Profumo nell’esprimere la sua personale partecipazione a questa problematica appare con tutta evidenza avulsa da qualsiasi moda o corrente.
Giovanni Profumo è un isolato: ma il suo è l’isolamento costruttivo di chi ricerca una soluzione all’esistere comune che non sia invenzione intellettuale o elaborazione di formule da cui si aspettano miracoli o, peggio, non si aspetta più niente.
Di Giovanni Profumo, autodidatta, evolutosi da inizi figurativi attraverso successive stilizzazioni formali fino alle soglie dell’astrattismo, assistiamo ad un ritorno al mondo delle forme individuabili, che vuol dire significare apertura verso il mondo della possibilità – insieme dialogo e promessa di azione – nonché riaffermazione di indipendenza interiore.
Non regresso, quindi. Ma un riallacciarsi, tra la dispersività delle tendenze e l’ostilità del vivere, a quella che è la sua posizione più congeniale: la necessità di ritornare alle cose di sempre. La pittura di Giovanni Profumo è sapiente costruzione di paesaggi, in cui i campi cromatici stabiliscono un tessuto di rapporti tendenti a visualizzare la ricerca di un equilibrio ideale, di un ordine che sia anche ammonimento. In questo contesto, compaiono diversi elementi- personaggi, annotati con varia intenzione: dagli ulivi, ora umoristica scansione in primo piano, ora ricordo che affiora inconsapevolmente, al fortilizio alla galleria al ponte - presenze umane trascritte nella loro importanza plastica - all’opificio che puntualizza il cromatismo autosignificante del quadro.
Giovanni Profumo si dimostra oggi colorista di sicurissimo magistero: nella notevole varietà tonale, come nel taglio - a volte metafisico - della luce; come pure in certi particolari: il colore di un prato, la sfumatura di un tronco), involontaria confessione di un artista che non vuole comparire.
J. P Bürgi, 1969,
Galleria Villa Ravenna
| < Prec. | Succ. > |
|---|



